Alle 15:03 dell’11 settembre 2001, le 9:03 del mattino a New York, ero in ufficio a Mediaset, accanto alla redazione di Tgcom, per essere precisi. Lavoravo come product manager, e la manutenzione del sito di news di Tgcom era il mio progetto. Come in tutte le redazioni di news, gli schermi non mancavano, alcuni collegati alla CNN. Da lì ho prima sentito, poi visto il secondo aereo abbattersi sulle torri, richiamata da un collega che correva da una stanza all’altra per avvertire di quello che stava accadendo.

Il resto della giornata fu concitato. Tgcom.it non disponeva allora di una CDN, e le nostre pagine crollarono subito sotto il traffico di tutti quelli che cercavano notizie: il mio mestiere, insieme agli sviluppatori, diventò riscrivere a mano il codice HTML delle pagine per alleggerirle, per renderle accessibili. Lavoravamo a un ritmo intensissimo, e nel frattempo alcuni di noi, me inclusa, tremavano. Io ero convinta che quello che stava per iniziare fosse un conflitto mondiale. Altri pensavano che nel giro di qualche ora altre città sarebbero state colpite. Altri ancora, non posso nasconderlo, erano indifferenti.
Le notizie si accavallavano, nel frattempo: il Pentagono, le persone che si lanciavano dai grattacieli nella morte, i vigili del fuoco completamente ricoperti di cenere, la commentatrice della CNN che si chiedeva cosa stesse accadendo, «oh my God» l’espressione più usata, un reportage urlato, non pronunciato. Che contrasto, però: l’incredulità, il terrore, una morte che sembrava troppo un film di fantascienza per non apparire, a tratti, persino affascinante, scenografica. E l’indifferenza di quelle due colleghe, come contraltare.
Io ho tremato tutto il giorno, lavorando febbrilmente per rimettere il sito in grado di funzionare, e il mio cuore batteva forte, a Milano, come se anche io mi trovassi a New York. Il resto è storia. Ma è anche presente.
Venticinque anni fa il mondo ha cambiato architettura. Non è una frase fatta. Dopo le Torri sono arrivate le guerre in Afghanistan e Iraq, il Patriot Act, gli aeroporti trasformati in checkpoint, un vocabolario intero riscritto attorno a due parole: sicurezza e minaccia. L’ordine che conoscevamo prima dell’11 settembre non è più tornato, e forse non doveva tornare.
Diciotto giorni dopo le Torri, una donna che viveva a New York prese la parola sul Corriere della Sera, con uno scritto che sarebbe entrato nella storia: dell’Italia, e del mondo. Oriana Fallaci, per me la più grande giornalista donna del Novecento, quella a cui nessun leader del mondo osava dire di no, da anni non scriveva più. Fu un testo lunghissimo, sgraziato, furioso. Diventò La rabbia e l’orgoglio. Vendette un milione di copie in Italia. La chiamarono razzista. La chiamarono profeta. Fallaci rispose con una frase che oggi, riletta, pesa quanto allora: «tacere diventa una colpa e parlare diventa un obbligo».
Nella versione inglese che tradusse lei stessa, paragonò l’Islam a una montagna che, dopo quattordici secoli, «has never wanted to know about freedom and democracy and progress». Parole dure. Ingiuste, in parte, nella loro furia indiscriminata. Ma non innocue, e non inutili.
Perché venticinque anni dopo siamo ancora fermi allo stesso bivio, solo che adesso ha un indirizzo: Tiergarten, Berlino. Lo scorso 25 luglio un furgone è piombato sulla folla del Christopher Street Day. Una donna è morta, decine i feriti. Il sospettato, secondo la polizia berlinese, apparteneva all’ambiente islamista della città. Nei giorni dopo, il dibattito pubblico tedesco ha fatto quello che sa fare meglio: ha distinto con cura tra Islamismo e Islam, ha ricordato le vittime musulmane del terrorismo, ha rilanciato la giornata berlinese contro l’islamofobia, che il Parlamento di Berlino ha approvato su iniziativa di CDU e SPD e che si osserva dal 15 marzo scorso. Tutto vero. Anche, in parte, giusto.
Ma la distinzione, ripetuta come una formula, è diventata anche un modo per non guardare il problema in faccia. Non è solo un problema di Islamismo, come se fosse un virus isolabile dal corpo che lo ospita. È anche un problema che abbiamo, in Europa, con l’Islam: con la sua politicizzazione crescente, con le reti che educano bambini in una visione del mondo che considera la democrazia liberale un’eccezione da tollerare, non un valore da condividere. Ad Amburgo, nell’aprile del 2024, più di mille persone hanno sfilato per le strade dietro cartelli con su scritto «Kalifat ist die Lösung», il Califfato islamista è la soluzione (per la Germania, e forse per tutto il mondo).
In Germania, oggi, il partito che dice più forte che abbiamo un problema con l’Islam, non solo islamista, è l’AfD. Lo dice nel modo peggiore possibile, mescolando cittadini e sospetti in un unico bersaglio razziale. Ed è esattamente questo cortocircuito che permette al resto del sistema politico di continuare a tacere: se dire una cosa vera rischia di suonare come l’AfD, meglio non dirla affatto. Così la madre morta al Tiergarten, sua figlia tra i ventinove feriti, i coltelli di Mannheim e Solingen, le dispute sugli spazi di preghiera separati che da anni dividono le scuole di Berlino, diventano un danno collaterale che la società aperta deve semplicemente imparare a sopportare.
Non è così, e va detto senza ambiguità: la società aperta va difesa, non ridimensionata. Ma una società aperta che accoglie chiunque bussi alla porta deve anche scrivere, sopra quella porta, a quali condizioni si entra. Il rispetto non è un lasciapassare in bianco. Dirlo non significa odiare un miliardo e mezzo di persone. Significa smettere di usare il rispetto come alibi per il silenzio, e smettere di lasciare che a dirlo sia soltanto chi lo fa per odio.
Fallaci sbagliava molte cose. Non sbagliava questa: che tacere, a volte, è una colpa.
Oriana Fallaci, 11 settembre 2001
Il libro “La Rabbia e l’orgoglio” è un evergreen: lo trovate in tutte le lingue e in tutte le edizioni. Nell’archivio del Corriere della Sera trovate una serie di testi originali, scritti allora e negli anni successivi come lettere al quotidiano.
Non capite o non volete capire che qui è in atto una guerra di religione. Voluta e dichiarata da una frangia di quella religione, forse, comunque una guerra di religione. Una guerra che essi chiamano Jihad. Guerra Santa. Una guerra che non mira alla conquista del nostro territorio, forse, ma che certamente mira alla conquista delle nostre anime. Alla scomparsa della nostra libertà e della nostra civiltà. All’annientamento del nostro modo di vivere e di morire, del nostro modo di pregare o non pregare, del nostro modo di mangiare e bere e vestirci e divertirci e informarci. Non capite o non volete capire che se non ci si oppone, se non ci si difende, se non si combatte, la Jihad vincerà. (...) Però la cosa non si risolve, non si esaurisce, con la morte di Usama Bin Laden. Perché gli Usama Bin Laden sono decine di migliaia, ormai, e non stanno soltanto in Afghanistan o negli altri paesi arabi. Stanno dappertutto, e i più agguerriti stanno proprio in Occidente. Nelle nostre città, nelle nostre strade, nelle nostre università, nei gangli della tecnologia. Quella tecnologia che qualsiasi ottuso può maneggiare. La Crociata è in atto da tempo. E funziona come un orologio svizzero.
La rabbia e l’orgoglio, Corriere della Sera, 29/09/2001

