Guerre messianiche
Quando le narrazioni messianiche si uniscono, sono più difficili da fermare di qualsiasi arma.
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Casa Bianca, 5 marzo 2026. Donald Trump è seduto alla Resolute Desk nello Studio Ovale, circondato da una ventina di pastori evangelici e leader religiosi. Le loro mani poggiano sulle sue spalle e sulle braccia. Gli occhi del Presidente sono chiusi, le labbra chiuse, non si muovono nella preghiera. Il filmato è stato pubblicato su X da Dan Scavino, il vicecapo di gabinetto, con queste parole: “Sta succedendo ora nello Studio Ovale. Dio benedica gli USA.”
Tre giorni prima, il 2 marzo, Benjamin Netanyahu si trova sul luogo di un attacco missilistico iraniano a Beit Shemesh — una città vicino a Gerusalemme, dove nove israeliani erano appena stati uccisi in un rifugio antiaereo che era anche una sinagoga. Richiama un versetto del Deuteronomio, letto in ogni sinagoga quella stessa settimana: “Abbiamo letto nella porzione della Torah di questa settimana: ‘Ricordati di ciò che ti fece Amalek.’ Noi ricordiamo — e agiamo.”
Nella Bibbia ebraica, Amalek è colui che con le sue truppe attaccò gli israeliti da dietro mentre fuggivano dall’Egitto — prendendo di mira i più deboli, i più esausti, quelli caduti in fondo alla colonna. Un attacco senza pietà e senza timore di Dio. La risposta della Torah è assoluta: ricordarli e cancellane la memoria sotto i cieli. Nella tradizione ebraica, Amalek non è mai stato un nemico storico fisso. È un nome tramandato attraverso le generazioni — l’etichetta per chiunque cerchi di distruggere il popolo ebraico in ogni nuova era. Non dimenticare.
Pentagono, 10 marzo. Pete Hegseth, Segretario alla Guerra (ex Difesa) degli Stati Uniti, conclude una conferenza stampa. Il giorno prima era alla base aerea di Dover per un momento solenne: la cerimonia per il primo soldato americano ucciso nella guerra con l’Iran, una bara avvolta nella bandiera, calata da un aereo militare. Ora annuncia la giornata più intensa di attacchi americani all’interno dell’Iran: il maggior numero di incursioni effettuate, di bombe lanciate, di aerei militari in volo. Chiude la sua conferenza stampa con il Salmo 144. “Benedetto il Signore, mia roccia, che addestra le mie mani alla guerra e le mie dita alla battaglia.” Amen.
Una settimana. Tre leader. Preghiere. Salmi. Antiche immagini di schiavitù, liberazione, battaglie sacre. Benvenuti nelle guerre messianiche.
“Gli esseri umani pensano per storie.”
Yuval Noah Harari, Sapiens
Dietro ogni guerra ci sono delle narrazioni. Siamo mossi dalle storie, non dalle astrazioni. Combattiamo in nome delle storie in cui ci riconosciamo: chi siamo, da dove veniamo, chi ci ha fatto del male, cosa ci è dovuto.
Putin racconta ai russi di essere un unico popolo — i grandi russi, i russi bianchi e i piccoli russi, cioè gli ucraini — temporaneamente divisi, ma destinati a ricongiungersi. La Serbia ha costruito la propria identità nazionale su una battaglia perduta: Kosovo Polje, 1389, un sacrificio contro gli ottomani divenuto la ferita fondante di una nazione. L’America si è definita il paese che porta la fiaccola della libertà in ogni angolo del mondo disposto ad accoglierla. O anche no.
La maggior parte di queste narrazioni sono, in fin dei conti, strumenti politici. Possono essere riformulate, aggiornate o silenziosamente ritirate quando smettono di funzionare. Quando una storia si esaurisce, i leader ne trovano un’altra, e un´altra ancora.
Ma esiste un’altra categoria di narrazione. Più antica e più profonda. Narrazioni così incise nella memoria e nella carne da non servire le persone che le portano: le comandano. Narrazioni che non si prendono e poi si depongono, ma si ereditano, si assorbono, si vivono intimamente. Quando vengono attivate, diventano profezie che si autoavverano. Mettono in moto ciò che descrivono. Realizzano il futuro che predicono.
Ciò che sta convergendo in questo momento — in Medio Oriente, attraverso le steppe russe, nei corridoi di Washington e nei seminari di Qom — non è un’unica narrativa messianica, ma molte: tutte simultaneamente vive, ognuna alimenta le altre senza che gli attori lo sappiano necessariamente. È una convergenza di narrazioni escatologiche, come le chiamano gli studiosi: ciascuna vecchia di millenni, ciascuna convinta che questo sia il momento previsto dai profeti.
Oggi voglio portarvi all’interno di ciascuna di esse.
Non per avvalorarle o respingerle, ma perché ignorarle significa non riuscire a capire la guerra in cui ci troviamo. E perché il pensiero escatologico, o messianico — la credenza che la storia stia avanzando verso un fine divinamente ordinato, e che noi ne siamo gli strumenti prescelti — è più pericoloso di qualsiasi arma nell’arsenale di chiunque. Elimina le vie d’uscita. Trasfigura il costo della violenza nel prezzo della salvezza. Fa sembrare l’arrestarsi un tradimento.
Ascoltate cosa dicono i leader: spesso li trovate su YouTube o sui vostri social. Leggete cosa scrivono i loro consiglieri. Aprite i libri sacri che potreste avere in casa, forse dimenticati su uno scaffale. Specialmente in questo finesettimana pasquale.
Capirete perché questa non è una semplice guerra.
I. Amalek: il nemico eterno e il messianismo ebraico
“Ricordati di ciò che ti fece Amalek nel viaggio, quando uscivi dall’Egitto, come ti venne incontro per la strada e colpì alla coda tutti i deboli che erano dietro di te, mentre tu eri stanco e spossato; egli non temeva Dio. Quando il Signore tuo Dio ti avrà dato requie da tutti i tuoi nemici intorno, nella terra che il Signore tuo Dio ti dà in eredità per prenderne possesso, cancella il ricordo di Amalek sotto i cieli. Non dimenticare!” - Deuteronomio 25:17–19
La mattina di sabato 28 febbraio 2026, questo passo è stato letto ad alta voce in ogni sinagoga del mondo. Si chiama Shabbat Zachor — il Sabato del Ricordare — e si osserva ogni anno il sabato prima di Purim. Il comandamento è inequivocabile: ricorda Amalek. Non dimenticare mai. Cancellali.
Quella stessa mattina, i primi missili americani e israeliani si alzavano verso Teheran. Questo, agli occhi di molti leader rabbinici israeliani, non era una coincidenza. Era un segno.
La storia di Amalek sta nel cuore cuore della Bibbia ebraica. Amalek è il nemico archetipico: la forza che, mentre gli israeliti fuggivano dall’Egitto, colpì da dietro i più deboli. Una violenza senza misericordia e senza timore di Dio. Il comandamento di ricordare — e di cancellare — è insolito, sia per la sua ferocia sia per la sua apertura. Amalek non è un popolo storico fisso. È una categoria, identificata di nuovo da ogni generazione.
Netanyahu è stato esplicito su chi sia il suo Amalek. Nell’ottobre 2023, lanciando l’offensiva di terra a Gaza, ha invocato lo stesso versetto del Deuteronomio ai suoi soldati. Con l’apertura della guerra con l’Iran alla fine di febbraio 2026, lo ha invocato di nuovo.
Ma Amalek è solo un attore di una storia più grande. La struttura escatologica più profonda — quella che spiega perché questa guerra è vista non solo come necessaria ma come profetizzata — si trova nel Libro di Ezechiele, capitoli 38 e 39: la visione di Gog e Magog.
Gog è un misterioso sovrano del nord che guida una grande coalizione di nazioni in un assalto finale alla terra d'Israele. Dio stesso interviene per distruggere gli invasori — con terremoti, fuoco e zolfo che piovono dal cielo. Non è una vittoria umana: è il momento in cui la storia si piega alla sovranità divina. E il testo nomina esplicitamente i membri della coalizione: "La Persia, l'Etiopia e Put sono con loro." (Ezechiele 38:5 — testo fonte: sefaria.org/Ezekiel.38) La Persia, ovvero il moderno Iran. Nominato dal profeta nel sesto secolo a.C.

Per molti israeliani religiosi, ed ebrei della diaspora, la guerra attuale non è solo un’operazione militare. È la battaglia di Gog e Magog che si dispiega in tempo reale. Gli attori sono quelli della storia biblica. La geografia è quella. Persino lo svolgimento temporale sembra corrispondere a una sequenza tracciata dagli scribi quasi tremila anni fa.
La tradizione interpretativa che rende possibile questa lettura ha radici profonde. Il Malbim — Rabbi Meir Leibush ben Yehiel Michel Wisser, uno dei commentatori più celebri dell’Europa orientale del XIX secolo — nella sua rilettura di Ezechiele 38 identificò Gog e Magog come rappresentanti il Cristianesimo e l’Islam in una guerra religiosa finale.
Il Malbim identificò la Persia come leader della coalizione musulmana. Indicò anche quando questa battaglia finale si sarebbe svolta: dopo il ritorno del popolo ebraico a insediarsi nella Terra d’Israele. Scriveva nell’Ottocento, molto prima che lo Stato d’Israele esistesse e prima che il Sionismo diventasse un movimento politico. Eppure un lettore di oggi, aprendo il suo commento a Ezechiele 38, può pensare che il testo parli direttamente di questo momento. Quella sensazione — che parole antiche siano state scritte per il nostro presente — è proprio ciò che trasforma le interpretazioni in profezie, e le profezie in copioni su cui recitare il proprio ruolo. (Fonte: sefaria.org/Malbim_Beur_Hamilot_on_Ezekiel.38)
Alcuni rabbini israeliani stanno rileggendo oggi il Malbim con questo pensiero. E non sono soli.
Lo stesso testo di Ezechiele viene letto, oggi, ben oltre Israele. Quando la Russia ha invaso l’Ucraina nel febbraio 2022, il pastore evangelico americano Pat Robertson è andato in televisione e ha mappato ogni nome in Ezechiele 38 su uno stato moderno: Rosh e´ la Russia, Gomer l´ Ucraina, Persia l´ Iran, Togarma la Turchia. La sua conclusione: Putin era “costretto da Dio a muoversi” — non verso l’Ucraina come destinazione finale, ma in ultima analisi contro Israele, seguendo il copione profetico. L’Ucraina era solo il primo passo di una marcia del nuovo Gog. Il vero obiettivo, nella lettura di Robertson, era sempre stata la terra della Bibbia.
All’epoca sembrava il tipo di interpretazione che solo una ristretta frangia avrebbe coltivato. Quattro anni dopo, con due teatri di guerra attivi — Ucraina e Medio Oriente — che convergono sugli stessi attori nominati da Ezechiele, quella lettura ha acquisito una plausibilità spaventosa. Non perché Robertson avesse ragione. Ma perché abbastanza persone in posizioni di potere credono che abbia ragione.
II. L’apocalittica evangelica americana
“C’è quasi un entusiasmo spirituale per una guerra in Medio Oriente. Credono che una guerra dia avvio a una serie di eventi che porteranno al ritorno di Gesù.”
— Diana Butler Bass, studiosa di religione, alla CNN, giugno 2025
I cristiani evangelici bianchi non sono una frangia marginale né una setta. Rappresentano circa un quarto dell’elettorato americano e hanno votato per Donald Trump in numeri schiaccianti. Una parte significativa di loro interpreta il bombardamento dell’Iran da parte degli Stati Uniti non come un evento geopolitico, ma come uno spirituale.
L’infrastruttura teologica di questa credenza fu sviluppata nel XIX secolo da John Nelson Darby, un pastore anglo-irlandese che ideò il concetto del dispensazionalismo. Darby divideva la storia umana in distinti periodi divini, o “dispensazioni”: ognuno di questi periodi si concludeva con un giudizio finale. Darby credeva in un momento da lui chiamato il Rapimento, quando i veri credenti sarebbero stati improvvisamente sollevati in cielo, risparmiati dai giorni finali catastrofici sulla Terra. E al centro dell’intero suo sistema stava Israele: la terra, il popolo, la profezia. L’istituzione di uno stato ebraico in Terra Santa avrebbe segnato l’inizio della fine dei tempi: la precondizione necessaria per il ritorno di Cristo. Quando Israele fu fondato nel 1948, milioni di evangelici sentirono il primo suono di tromba della fine dei tempi.
Per i dispensazionalisti, la sicurezza di Israele non è una preoccupazione politica, ma una necessità teologica. Sostenere Israele significa sostenere l'avverarsi della volontà di Dio.
È per questo che Mike Huckabee — pastore evangelico, ex governatore dell'Arkansas, nominato da Trump ambasciatore degli Stati Uniti in Israele — inviò al Presidente parole che somigliavano un'investitura profetica. Dopo i due attentati a cui Trump è sopravvissuto, Huckabee ha scritto: "Credo che sentirai (la voce) dal cielo... Non hai cercato questo momento. Questo momento ha cercato TE!" Trump ha condiviso il messaggio pubblicamente su Truth Social. E il senatore Ted Cruz, difendendo al Senato il suo voto a favore del bombardamento dell'Iran, ha citato Genesi 12:3: "Benedirò coloro che ti benediranno e maledirò coloro che ti malediranno".
E poi c’è Pete Hegseth — l’uomo che avete visto nella terza scena di apertura di questo saggio. Il Segretario alla Difesa/Guerra degli Stati Uniti ha le parole Deus Vult — “Dio lo vuole”, il grido di battaglia della Prima Crociata — tatuate sul corpo, insieme a una Croce di Gerusalemme, alla parola araba per “infedele” e al nome ebraico di Gesù, Yehoshua.

Il suo libro del 2020 si intitolava American Crusade. Hegseth apre e chiude le conferenze stampa del Pentagono con invocazioni a Gesù Cristo e salmi di guerra. È, nella propria autorappresentazione, un crociato. E la crociata, come lui la dipinge, è quella contro l’Iran.
Questo linguaggio dal Pentagono raggiunge i campi di battaglia. La Military Religious Freedom Foundation — un’organizzazione no-profit dedicata alla protezione dei diritti costituzionali all’interno delle forze armate americane — è stata inondata di denunce dall’inizio della guerra con l’Iran. Tra queste: un sottufficiale, che presentava la denuncia per sé e per quindici membri della sua unità di stanza nella regione, ha riferito che il suo comandante aveva aperto un briefing sulla preparazione al combattimento dicendo alle truppe di non temere ciò che stava accadendo in Iran. Le operazioni, infatti, erano “parte del piano divino di Dio”, aveva detto il comandante, citando il Libro dell’Apocalisse e l’imminente ritorno di Gesù Cristo. Aveva detto all’unità che Trump “è stato unto da Gesù per accendere il fuoco in Iran per dare inizio ad Armageddon e segnare il ritorno di Cristo sulla Terra”. L’identità dell’ufficiale è stata tenuta riservata per paura di ritorsioni dal Pentagono.
Le forze armate americane sono una forza multireligiosa e multirazziale di 1,3 milioni di persone. Ma questo non impedisce al Pentagono di ospitare messe cristiane mensili, addirittura di trasmetterle in diretta su Youtube.
Il 25 marzo, Hegseth ha tenuto il primo servizio di preghiera dall’inizio della guerra, con la partecipazione di dipendenti civili e militari in uniforme. Ha aperto chiedendo alla sala di immedesimarsi, con la mente, con le truppe che in quel momento combattevano in Iran. Poi ha letto la preghiera usata dal cappellano che aveva accompagnato il raid che aveva catturato Nicolás Maduro. “Concedi a questa task force obiettivi chiari e giusti per la violenza... che ogni proiettile trovi il suo bersaglio contro i nemici della giustizia e della nostra grande nazione... sia violenza travolgente contro coloro che non meritano misericordia... anime malvage consegnate alla dannazione eterna preparata per loro. Nel potente e potente nome di Gesù Cristo, re su tutti i re. Amen.”
C’è un paradosso speculare qui su cui vale la pena soffermarsi. Hegseth accusa regolarmente l’Iran di “deliri islamici profetici”. Ha detto ai giornalisti che “regimi folli come l’Iran, ossessionati da deliri islamici profetici, non possono avere armi nucleari”. Non ha torto nel dire che la leadership iraniana opera attraverso una lente messianica. Quello che non riesce a vedere — o sceglie di non vedere — è che quando il regime iraniano lo guarda, vede esattamente la stessa cosa.
III. Colui che è atteso: il messianismo persiano sciita
“Anche se al mondo restasse un solo giorno, Allah estenderebbe quel giorno fino a quando manderà un uomo della mia famiglia il cui nome corrisponde al mio e il cui nome del padre corrisponde al nome di mio padre. Riempirà la terra di giustizia ed equità come prima era stata riempita di oppressione e tirannia.”
— Hadith attribuito al Profeta Muhammad (compilazioni Abu Dawud e Tirmidhi)
Un Hadith è un detto del Profeta Muhammad, trasmesso attraverso catene di narratori e raccolto in compilazioni canoniche. Insieme al Corano, gli Hadith costituiscono il fondamento della legge e della teologia islamica. Questo, compilato secoli fa, introduce la figura al centro dell’escatologia sciita: il Mahdi.
Il Mahdi è l’atteso. Nell’escatologia islamica — e soprattutto nella tradizione sciita che governa l’Iran — è l’Imam Nascosto, il dodicesimo discendente del Profeta, che si occultò nel IX secolo d.C. e tornerà alla fine dei tempi per ripristinare la giustizia in un mondo consumato dall’oppressione. Il suo arrivo non è la fine della storia. È la sua correzione.

Ma aspettare il Mahdi non significa attendere passivamente.
Quando l’Ayatollah Khomeini fondò la Repubblica Islamica nel 1979, compì una rivoluzione teologica che l’analisi occidentale ha cronicamente sottovalutato. La dottrina sciita tradizionale sosteneva che, in assenza del Mahdi, il clero dovesse rimanere fuori dalla politica — non governando, ma custodendo l’attesa del suo ritorno. Khomeini capovolse questa impostazione. Un clero qualificato, sosteneva, deve governare in nome del Mahdi e preparare le condizioni per il suo ritorno: una preparazione attiva, invece di un’attesa passiva.
Questa dottrina è persino iscritta nella Costituzione della Repubblica Islamica dell’Iran, quando descrive l’Ufficio della Guida Suprema:
“Durante l’occultazione del Wali al-’Asr (che Dio ne acceleri la ricomparsa), la guida del mondo islamico è affidata a una persona giusta e pia, pienamente consapevole delle circostanze della sua epoca, coraggiosa, piena di risorse e dotata di capacità amministrativa.” — Costituzione della Repubblica Islamica dell’Iran, Articolo 5
L’articolo stabilisce la base legale e teologica dell’autorità della Guida Suprema durante l’assenza del dodicesimo Imam, e suggerisce che questa autorità abbia anche il compito di preparare il terreno al ritorno del Mahdi.
Qui entra in scena il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica: costituzionalmente definito come un esercito ideologico. Almeno dal 2009, il mahdismo è stato un elemento centrale del suo addestramento. Buona parte dell’indottrinamento delle IRGC è dedicato alla preparazione escatologica. E le promozioni premiano la convinzione ideologica più della competenza tecnica. I convinti fanno carriera. Convinti di preparare il ritorno dell´Atteso, con ogni mezzo.
Nel settembre 2024, il Corpo tenne una cerimonia presso la Moschea Jamkaran vicino a Qom — il sito dove, nella tradizione sciita, il Mahdi dovrebbe emergere — per rinnovare la sua fedeltà all’Imam Nascosto. Le IRGC hanno riconfermato la la loro missione: fare tutto il necessario per accelerare la venuta del Mahdi.
Ed è qui che i fili del racconto che sto facendo in questo saggio si intrecciano: la venuta del Mahdi è restaurativa — viene per correggere il mondo, non per porvi fine. Ma, all’interno delle IRGC, si è affermata una lettura più attiva: l’idea che le condizioni per il ritorno del Mahdi possano essere accelerate dall’azione umana. Affrontare il Grande Satana — l’America — e il Piccolo Satana — Israele — è inquadrato come non solo politicamente giustificato, ma escatologicamente necessario.
La distruzione di queste forze è parte della preparazione al ritorno dell’Atteso. La battaglia finale, benvenuta.
IV. Il Katechon, da San Paolo a Peter Thiel
"Lo slogan dell'Anticristo è pace e sicurezza... se l'Anticristo dovesse arrivare al potere, lo farebbe parlando sempre di Armageddon." — Peter Thiel, ottobre 2024
Nell’autunno del 2024, Peter Thiel — miliardario, co-fondatore di PayPal e probabilmente l’intellettuale più influente dell’attuale destra americana — tenne una serie di quattro conferenze a San Francisco intitolata, semplicemente, “L’Anticristo”. Gli eventi erano off-the-record, ma trapelarono comunque. In seguito portò le conferenze in altre città.
Tra l’8 e il 19 marzo 2026 — mentre i bombardieri americani volavano sull’Iran — Thiel ha portato queste conferenze a Roma, a palazzo Taverna, a pochi passi dal Vaticano. Ma Roma è Roma: una città che ha già visto tutto, tutte le sacre ossessioni, le eresie, tutti i peccati capitali e tutto ciò che sta nel mezzo. Quello che Thiel aveva da dire non ha trovato molto riscontro. Il pubblico della prima serata contava circa duecento persone, raccontava Dagospia. Il secondo giorno, secondo altri resoconti della stampa italiana, si era notevolmente assottigliato. Un osservatore ha descritto il contenuto come “poche idee, ma confuse”.
Ma le idee contano, per quanto confuse — perché le idee, anche quelle definite in modo approssimativo, ispirano la politica. E la politica decide le guerre.

Al cuore della teologia di Thiel c’è un concetto espresso, a dire il vero in modo molto criptico, da San Paolo. Nella sua seconda lettera ai Tessalonicesi, scritta intorno al 50 d.C., Paolo avvertiva che prima dell´avvento dell´Anticristo, qualcosa — o qualcuno — la avrebbe trattenuto.
“E ora sapete ciò che impedisce la sua manifestazione, che avverrà nella sua ora. Il mistero dell’iniquità è già in atto, ma è necessario che sia tolto di mezzo chi finora lo trattiene.” (nella versione della CEI).
Nel greco in cui scrive, Paolo usa la forma neutra — to katechon, una forza impersonale — in un versetto, e il maschile — ho katechon, un agente personale — in quello immediatamente successivo, per indicare questa “forza che trattiene”. Quell’ambiguità grammaticale, in due versetti di una lettera a una piccola comunità nella Grecia del nord, ha generato duemila anni di dibattito teologico politico.
Il Katechon: provate a immaginarlo come il buttafuori alla porta dell’apocalisse. Finché il buttafuori resiste, il caos resta fuori. Rimuovetelo, e tutto ciò che era trattenuto si riversa nel mondo. La domanda che ogni tradizione si pone — che usi o meno il vocabolario di Paolo — è sempre la stessa: chi è il buttafuori? E chi sta cercando di rimuoverlo?
Per Thiel, il pericolo più grande non è chi celebra l’apocalisse. È, al contrario, chi promette la pace e, in suo nome, chiede agli esseri umani di rinunciare alla loro libertà. Thiel si si ispira a Vladimir Soloviev, un filosofo ortodosso russo che nel 1900 immaginò l’Anticristo non come un mostro, ma come un superuomo umanitario: una figura che offre prosperità universale, unità globale e fine del conflitto, in cambio della totale sottomissione ad esso.
L’Anticristo vince denunciando l’apocalisse, mentre costruisce silenziosamente l’infrastruttura di un controllo totale sull’umanità.
Per Thiel, quell’infrastruttura è l’ordine tecnocratico globale. Su una lavagna fotografata alle conferenze romane, questo ordine è mappato con chiarezza: da un lato, il Katechon — gli stati-nazione, soprattutto gli Stati Uniti di Donald Trump; dall’altro, l’Anticristo, al plurale: l’ONU, le ONG internazionali, la regolamentazione dell’UE, l’attivismo climatico.
E, all’estremo della lunga lista di candidai al ruolo di Anticristo, l’ultimo nemico universale: la Cina.
Attenzione: lo stesso concetto — il Katechon, che tiene a bada la fine del mondo — viene evocato simultaneamente, e con pari convinzione, a Mosca. In una dichiarazione del Consiglio Mondiale del Popolo Russo nel marzo 2024, il Patriarca Kirill ha definito la guerra della Russia in Ucraina una “guerra santa” e identificato la missione suprema della Russia con quella del “Trattenitore Universale, che protegge il mondo dal male”. Il riferimento alla seconda Lettera ai Tessalonicesi è inequivocabile. La Russia, per Kirill, è il Katechon. E Putin ne è l’incarnazione. L’Occidente, compresa l’America, è la forza senza leggi, del disordine universale.
Per Thiel, il Katechon è l’America e lo stato-nazione. Per Kirill, il Katechon è la Russia e il mondo ortodosso. Stanno usando lo stesso antico concetto per descrivere se stessi come l’eroe — e l’altro come l’antieroe.
E poi c’è Alexander Dugin, nelle cronache ne avete sentito parlare sovente: il filosofo il cui lavoro è lettura obbligatoria nelle accademie militari russe da anni, e che con la sua filosofia ha addirittura tracciato un ponte tra l’Ortodossia russa e l’Islam, riconoscendone una simile logica. “I musulmani mi capiscono bene”, disse in un’intervista ad Al Arabiya nel 2023, “perché credono che l’Occidente sia il Dajjal” — l’Anticristo islamico — “che distrugge la religione, la famiglia e la moralità.” Per Dugin, Israele è un avamposto occidentale, uno strumento dell’egemonia liberale. Il conflitto che si dispiega davanti a noi non è politico, per il filosofo russo: è escatologico. “Davanti ai nostri occhi, le profezie si stanno realizzando — e non per caso, ma perché entrambe le parti agiscono consciamente sulla base di esse.”
Un imprenditore neo-cattolico trasformatosi in filosofo, un patriarca legato al KGB, un filosofo russo che legge un testo criptico del primo Cristianesimo in chiave antioccidentale.
Ognuno rivendica per il proprio campo il ruolo del Katechon. Ognuno vede nell'altro l'Anticristo. E, nel mezzo, oggetto del loro reciproco disprezzo, c'è l'ordine mondiale liberale e post-nazionalista che l'Europa, con tutte le sue esitazioni e contraddizioni, sta ancora cercando di incarnare.
V. La Cina, che non attende l´Armageddon
Nel momento in cui scrivo, nessuno sa come finirà questa guerra.
Non sappiamo se il regime iraniano sopravvivrà agli attacchi, o se i bombardieri di Hegseth riusciranno a ottenere ciò che lui chiama “cambio di regime”. Ognuno ha la sua idea di “cambio di regime”. E nessuno associa a questo cambio la liberazione di un popolo che conta meno dei guai provocati dal prezzo del petrolio.
Nessuno può dire se l’evocazione costante di Amalek da parte di Netanyahu avvicini Israele alla sicurezza o alla catastrofe. E nessuno sa se il Katechon di Putin reggerà ancora per anni o collasserà su se stesso. E chi può dire se l’Anticristo di Thiel stia governando Bruxelles o Pechino?
Quello che sappiamo è questo: ogni attore di questo conflitto sta operando all’interno di una storia che gli dice che la sofferenza è necessaria, che la violenza è intenzionale, e che serve a condurre la Storia alla sua fine.
Ogni grande attore, tranne uno.
La Cina non ha un Messia. Nessun Katechon. Nessun Mahdi. Nessuna battaglia di Gog e Magog in attesa di compiersi.
La civiltà cinese opera secondo una logica temporale diversa — ciclica anziché lineare o terminale. Le dinastie sorgono e cadono. Il Mandato del Cielo scorre e si rinnova. Non c’è una battaglia finale, né il trionfo di un popolo eletto, né un momento in cui la storia finisce e i giusti vengono vendicati.
La diffidenza del Partito Comunista Cinese verso i movimenti messianici non è solo filosofica — è memoria storica scritta col sangue. La Ribellione Taiping degli anni 1850 e 1860, guidata da un uomo che credeva di essere il fratello minore di Gesù Cristo, uccise circa venti milioni di persone. Il Partito Comunista Cinese non ha dimenticato. E infatti ha cura di sopprimere tutti i movimenti millenaristi o anche solo sospetti di esserlo.
Quando gli Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran alla fine di febbraio, la Cina ha evacuato tremila dei suoi cittadini dalla regione e ha chiesto subito un cessate il fuoco. Non ha fatto altri passi. Ha osservato. Ha fatto i suoi calcoli. Secondo gli analisti del Mercator Institute for China Studies (MERICS), il famoso think tank basato a Berlino, la risposta di Pechino è stata caratterizzata da “pragmatismo economico e freddo calcolo geopolitico”. Mentre le munizioni americane si esauriscono, i servizi di intelligence cinesi aggiornano in tempo reale la loro valutazione delle capacità militari statunitensi. Mentre il Medio Oriente si frammenta ulteriormente, la Cina continua con il suo Piano Quinquennale, aggiornandolo al bisogno.
Thiel ha messo la Cina al vertice della lista dei candidati a essere l’Anticristo nelle sue slide: il sistema totalitario che non deve essere lasciato vincere. Per Dugin, invece, la Cina è un polo di gradnde civiltà che è ancora alla ricerca della propria forma definitiva. Per i dispensazionalisti evangelici, la Cina non appare affatto sulla mappa. Ezechiele non la menzionava. Gli evangelici, così come i neo-crociati come Pete Hegseth, vedono solo il Medio Oriente e l’Islam.
E questo, forse, è esattamente il punto.
Ogni attore di queste guerre sacre crede che la propria sofferenza sia la precondizione di un finale glorioso. La Cina è l’unica grande potenza che non crede in un finale glorioso — ma solo nel prossimo ciclo. Sta fuori da queste narrazioni e guarda gli altri esaurirsi nella ricerca di un finale che non arriverà mai. Non sta aspettando un Messia. Sta aggiornando il suo Piano Quinquennale.
E se la Cina stessa fosse il Katechon — la forza tranquilla che tiene il mondo insieme mentre gli altri lo fanno a pezzi? O forse è l’Anticristo — la potenza paziente e pragmatica che raccoglierà i pezzi rotti e costruirà, dalle macerie, il prossimo ordine totalitario, a cui non saremo più in grado di opporci perché, nel frattempo, ci saremo autodistrutti?
Non lo sappiamo. Ma dovremmo porci la domanda ora.
Quello a cui abbiamo assistito nelle ultime settimane non è semplicemente un’escalation militare in Medio Oriente. È la convergenza di orologi messianici che hanno segnato il tempo, separatamente, per migliaia di anni — e che ora, per la prima volta, hanno iniziato a ticchettare all’unisono. Cinque minuti a mezzanotte, si usa dire in tedesco per definire l´urgenza di chi attende un momento epocale. Dopo la mezzanotte, o forse dopo l'Apocalisse, il mondo non scompare. Ma un nuovo ordine mondiale può iniziare.
E il solo attore che non ascolta l’orologio messianico potrebbe essere quello meglio posizionato per decidere quale ordine mondiale ci attende.
Epilogo: Roma, dalla città al mondo
Non è la prima volta che il Vaticano parla di guerra senza essere ascoltato. Papa Francesco ha trascorso gli ultimi anni della sua vita facendo appello per la pace in Ucraina e in Terra Santa — scrivendo, incontrando persone, telefonando ai capi di Stato, piangendo pubblicamente.
Il 15 marzo 2026, due settimane dopo l’inizio della nuova guerra, il Cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca Latino di Gerusalemme — il più alto prelato cattolico che vive all’interno del conflitto — ha partecipato a un webinar e, senza nominare direttamente ciò che Hegseth e altri stavano facendo, ha detto:
“L’abuso e la manipolazione del nome di Dio per giustificare questa e qualsiasi altra guerra è il peccato più grave che possiamo commettere in questo momento”, disse. “Non ci sono nuove crociate. Se Dio è presente in questa guerra, è tra coloro che stanno morendo, che stanno soffrendo, che sono nel dolore.”
La Domenica delle Palme, 29 marzo 2026 — quando ho pubblicato la versione inglese di questo saggio — Papa Leone, da Piazza San Pietro, ha invocato il Gesù che entrò a Gerusalemme non su un cavallo da guerra, ma su un asino. Che fermò il suo discepolo mentre sguainava una spada. Che non aprì la bocca quando fu condotto al macello.
“Fratelli e sorelle”, ha detto il Papa, “questo è il nostro Dio: Gesù, Re della Pace, che rifiuta la guerra, che nessuno può usare per giustificare la guerra. Egli non ascolta le preghiere di coloro che fanno la guerra, ma le rifiuta, dicendo: ‘Anche se fate molte preghiere, Io non ascolterò: le vostre mani sono piene di sangue’ (Is 1,15).”
Poi, verso la fine dell´omelia: “Cristo, Re della Pace, grida di nuovo dalla sua croce: Dio è amore! Abbiate misericordia! Deponete le armi! Ricordate che siete fratelli e sorelle!”
Sto pubblicando la versione italiana di questo saggio nel Venerdì Santo, mentre inizia la Via Crucis. Stasera Papa Leone porterà personalmente la croce nella Via Crucis. Domani pronuncerà il suo messaggio alla città e al mondo. E se il Katechon fosse Papa Leone?







